Il disappunto sale lentamente, inizia come un piccolo fastidio periferico, del tutto trascurabile, un frammento di sassolino in una scarpa. Lentamente, molto lentamente, aumenta di volume e di intensità, fino ad amplificarsi in tutta la sua forza.
E si trasforma in un malumore denso, che non riesce a fissarsi su altro che non su se stesso.
Un malumore plumbeo, per quanto non tempestoso, insieme di irritazione, insoddisfazione e disdetta.
Ripetersi che, ragionevolmente, può succedere che qualcosa non vada per il verso giusto non serve.
Convinti dalle esigenze dei tempi moderni di dover forsennatamente incastrare mille impegni e che uno debba succedere a breve distanza un altro, fino a farci perdere coscienza di quello che stiamo vivendo, un semplice posticipo, una "buca" è vissuta come un affronto.
Vanno messe in campo notevoli capacità logistiche per cercare di "stivare" l'impegno saltato tra i mille non voluti, senza perderne nessuno.
Così, con questa mestizia infastidita, riconosco il tipico umore da disastri, infastidito e bisognoso di rivalsa. Montagne di scarpe tutte simili e chili di dolci al cioccolato sono tutti figli di un umore del genere.
Per una volta lo riconosco, e lo isolo.
Come accade spesso, ci si trova a un bivio. Cosa scegliere? Frenesia da compensazione che porta altra frustrazione?
Lo sento chiaramente mentre sto seduta sulla metro. Sono nervosa, l'istinto mi porterebbe a girare con una cane affamato per tutti i negozi.
E, invece, mi rifugio tra i quadri.
Spero che la bellezza mi porti calma, mi difenda dal solito copione, mi protegga dalla banalità del consumo che tutto toglie.
E così è, in parte.
Sia ringraziata l'arte che guarisce.
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