In un freddo lunedì mattina di inizio novembre, il primo dopo tanti giorni di nebbia fitta, diverse decine di pendolari ingannano il tempo bivaccando in una sala d'aspetto troppo calda.
Osservarli offre un panorama interessante della variopinta categoria del genere "pendolare", una categoria bistrattata da tutti, ferrovie, datori di lavoro, perfino dal fisco, che non premia più chi utilizza i mezzi pubblici per recarsi al lavoro con un modesto sgravio.
Troppo poveri per permettersi di vivere dignitosamente nella grande città, o trattenuti da legami che impediscono loro di trasferirsi, i nostri sono costretti, tutti, indistintamente, a vivere in modo sacrificato e meschino, con una fatica fisica ed emotiva che si può comprendere solo con il passare del tempo.
Oltre al numero spropositato di ore perse, le condizioni misere di viaggio fanno sì che si giunga alla meta già stanchi.
Il treno del mattino, uno dei più pieni, miracolosamente scompare nel nulla. Niente più indicazione sul tabellone, nessun annuncio, niente di niente. C'è chi cerca brontolando un posto a sedere, dato che l'attesa è destinata a protrarsi, chi chiacchiera beatamente, chi ne approfitta per fare una triste colazione al bar, chi chiama per avvisare del ritardo.
E poi, dopo una lunga attesa, parte la corsa al posto a sedere, perché due treni pendolari del mattino insieme producono una marea di persone a caccia di un angolo in cui passare i successivi lunghi minuti prima di sbarcare a Milano.
Il copione è noto: fermate straordinarie, ritardo che si accumula, temperatura al limite del tropicale, per via del sovraffollamento, qualche malore, e malumore alle stelle.
Ed eccomi qui, incastrata in un trequarti di posto, dovuti a un vicino debordante che purtroppo mi ha scelta come compagna di sedile. Schiacciata tra sedile e parete di lamiera, mi chiedo come sia possibile questo stato di cose. Ovvero, come sia accettabile che sistematicamente, in questo Paese, la vita di centinaia di persone ogni giorno (persone paganti) venga congelata e scippata di tempo prezioso, per l'esistenza e per il lavoro e che questo venga considerato normale.
Penso alle fanfaronate della riforme di lavoro e previdenza: mi pare quasi una presa in giro. Occorrerebbe solo permettere alla gente di arrivarci al lavoro, e magari non distrutti già alle 8 di mattina, in condizioni di produrre serenamente.
E non ci vuole un genio per arrivarci, solo un po' di esperienza di vita reale.