sabato 8 novembre 2014

7 novembre - Scampoli di luna

Un volto paffuto occhieggia da dietro una tende di nebbia sottile. Ha i contorni sfumati, l'incarnato di perla, che contrasta con l'azzurro pallido del cielo, nel momento appena successivo all'aurora.
 
La vedo così, la luna, in un primo mattino di novembre, che si staglia fuori dal finestrino del treno.
Alta, e ancora piena, nonostante sia pieno giorno ormai, si erge su di noi.
Sotto di lei, una scheggia di campagna, il prato verde e intriso di umidità, la nebbia che vela la vista della cascina bianca, in cui tutto e tutto sembrano ancora dormire.
 
E, appena sotto di lei, un albero ancora carico di foglie, che posso solo immaginare, data la distanza, pronte per cadere.
 
Un attimo di vita, che scorre via veloce sulle rotaie in un baleno, lasciando dietro di sé le case, con le loro vite dentro, e i prati, e gli alberi, e la luna, che forse, nel suo stare immobile, ha in sé ogni ragione.
 
 

mercoledì 5 novembre 2014

5 novembre - Parole

Mentre la notte cala su di noi, e l'inverno avanza inesorabile, contemplo le luci che si stagliano tremolanti nella notte.
Sono il silenzio che regna nel nulla, sono il buio che segue il giorno, e la luce che segue la notte, sono l'attesa immobile, sono l'entusiasmo dell'intelligenza, sono il piacere dell'attimo, sono l'attesa del domani, l'immobilità dei tronchi al bordo della strada.

Sono le mie parole, scritte rotonde e chiare su un foglio di carta steso davanti a me.
Il tempo renderà tremolante il contorno del mio volto, velerà il mio sguardo, rallenterà le mie mani, ma io sarò eternamente nelle parole che ho scritto, cui io appartengo.

5 novembre - Superfici

La superficie liscia e fredda del vetro del tram mi restituisce l'immagine sfocata di una Milano bagnata, avvolta nel vapore sottile generato da tanta violenta pioggia.
La visuale è ridotta, una piccolissima finestra sul mondo di Corso Genova di prima mattina, nel traffico nervoso di un giorno di mal tempo e tra gli studenti rumorosi e i loro ingombranti zaini.
 
Tra le gocce fitte, nel grigio mattutino, il tram  scivola lento sulle rotaie bagnate. Sul marciapiede si affollano gli ombrelli colorati, ondeggianti sotto un vento insolitamente fastidioso.
 
In giorno come questi, mi dico, Milano somiglia un po' a Parigi, no, a Londra... No, Milano somiglia sempre e solo a se stessa, grande e piccola insieme.
 
Mi sento così, da tempo immemorabile, come sotto un vetro sottilissimo ma durissimo.
Un vetro attraverso cui vedo tutto, ma nulla mi raggiunge direttamente, protetta e incarcerata al tempo stesso da un sottile strato di piombo.
 
Tutto mi riguarda, nulla mi riguarda. Mi sento così, distante, stanca e sfiduciata.
Come se il mondo si fosse messo a girare oltre al vetro, dimenticandomi sul tram.

lunedì 3 novembre 2014

3 novembre - Ostaggio delle ferrovie

In un freddo lunedì mattina di inizio novembre, il primo dopo tanti giorni di nebbia fitta, diverse decine di pendolari ingannano il tempo bivaccando in una sala d'aspetto troppo calda.
 
Osservarli offre un panorama interessante della variopinta categoria del genere "pendolare", una categoria bistrattata da tutti, ferrovie, datori di lavoro, perfino dal fisco, che non premia più chi utilizza i mezzi pubblici per recarsi al lavoro con un modesto sgravio.  
 
Troppo poveri per permettersi di vivere dignitosamente nella grande città, o trattenuti da legami che impediscono loro di trasferirsi, i nostri sono costretti, tutti, indistintamente, a vivere in modo sacrificato e meschino, con una fatica fisica ed emotiva che si può comprendere solo con il passare del tempo.
 
Oltre al numero spropositato di ore perse, le condizioni misere di viaggio fanno sì che si giunga alla meta già stanchi.
 
Il treno del mattino, uno dei più pieni, miracolosamente scompare nel nulla. Niente più indicazione sul tabellone, nessun annuncio, niente di niente. C'è chi cerca brontolando un posto a sedere, dato che l'attesa è destinata a protrarsi, chi chiacchiera beatamente, chi ne approfitta per fare una triste colazione al bar, chi chiama per avvisare del ritardo.
 
E poi, dopo una lunga attesa, parte la corsa al posto a sedere, perché due treni pendolari del mattino insieme producono una marea di persone a caccia di un angolo in cui passare i successivi lunghi minuti prima di sbarcare a Milano.
 
Il copione è noto: fermate straordinarie, ritardo che si accumula, temperatura al limite del tropicale, per via del sovraffollamento, qualche malore, e malumore alle stelle.
 
Ed eccomi qui, incastrata in un trequarti di posto, dovuti a un vicino debordante che purtroppo mi ha scelta come compagna di sedile. Schiacciata tra sedile e parete di lamiera, mi chiedo come sia possibile questo stato di cose. Ovvero, come sia accettabile che sistematicamente, in questo Paese, la vita di centinaia di persone ogni giorno (persone paganti) venga congelata e scippata di tempo prezioso, per l'esistenza e per il lavoro e che questo venga considerato normale.
 
Penso alle fanfaronate della riforme di lavoro e previdenza: mi pare quasi una presa in giro. Occorrerebbe solo permettere alla gente di arrivarci al lavoro, e magari non distrutti già alle 8 di mattina, in condizioni di produrre serenamente.
E non ci vuole un genio per arrivarci, solo un po' di esperienza di vita reale.

sabato 1 novembre 2014

1 novembre - Un giorno di vera vacanza

Che bella sensazione quella di avere un intero giorno di vera vacanza davanti a sé. Nessun impegno, nessuna incombenza, nulla di nulla. Un intero giorno di pacifica pausa.
 
Per me un giorno di assoluto riposo si vive a casa, senza il dovere di fare la spesa e di azzuffarsi con decine di altri forzati del lavoro settimanale. Si vive disconnessi dalla tecnologia invadente, quindi con cellulari silenziati e pc spenti. Si vive in assoluta comodità: una bella tuta calda, alla faccia di chi ti vorrebbe con il tacco anche in casa a lavare i pavimenti.
 
Che delizia, potersene stare tutto il giorno a fare quello che più piace.
C'è tutto, il camino acceso, il gatto davanti al camino (rompe lo stesso anche da lì), e una bella pentola di brodo sul fornello.
Missione: risotto, il nostro piatto tradizionale. Fare con calma ogni cosa, anche raccogliere il bucato (bisogna approfittare di ogni giorno di sole, non importa che sia il 1° novembre), guardarsi con calma i volantini dei supermercati sorseggiando una tazza di tè e sperimentare una nuova torta.
 
Un giorno di nulla, con il riposino pomeridiano e una cena leggera, ma un giorno che ritempra lo spirito, che pare finito in una spirale impazzita di doveri e impegni.
 
 
 
 

venerdì 31 ottobre 2014

31 ottobre - Disappunto

Il disappunto sale lentamente, inizia come un piccolo fastidio periferico, del tutto trascurabile, un frammento di sassolino in una scarpa. Lentamente, molto lentamente, aumenta di volume e di intensità, fino ad amplificarsi in tutta la sua forza.
 
E si trasforma in un malumore denso, che non riesce a fissarsi su altro che non su se stesso.
Un malumore plumbeo, per quanto non tempestoso, insieme di irritazione, insoddisfazione e disdetta.
 
Ripetersi che, ragionevolmente, può succedere che qualcosa non vada per il verso giusto non serve.
 
Convinti dalle esigenze dei tempi moderni di dover forsennatamente incastrare mille impegni e che uno debba succedere a breve distanza un altro, fino a farci perdere coscienza di quello che stiamo vivendo, un semplice posticipo, una "buca" è vissuta come un affronto.
 
Vanno messe in campo notevoli capacità logistiche per cercare di "stivare" l'impegno saltato tra i mille non voluti, senza perderne nessuno.
 
Così, con questa mestizia infastidita, riconosco il tipico umore da disastri, infastidito e bisognoso di rivalsa. Montagne di scarpe tutte simili e chili di dolci al cioccolato sono tutti figli di un umore del genere.
 
Per una volta lo riconosco, e lo isolo.
 
Come accade spesso, ci si trova a un bivio. Cosa scegliere? Frenesia da compensazione che porta altra frustrazione?
 
Lo sento chiaramente mentre sto seduta sulla metro. Sono nervosa, l'istinto mi porterebbe a girare con una cane affamato per tutti i negozi.
 
E, invece, mi rifugio tra i quadri.
Spero che la bellezza mi porti calma, mi difenda dal solito copione, mi protegga dalla banalità del consumo che tutto toglie.
 
E così è, in parte.
Sia ringraziata l'arte che guarisce.
 
 

giovedì 30 ottobre 2014

30 ottobre - Bellezza

La seduzione della bellezza mi avvince. Ne sono assolutamente consapevole mentre contemplo la curva della tua bocca imperfetta, ma affascinante, che parla tranquilla.

Mi lascio cullare dalla tua voce piana, dal giusto tono, che procede inarrestabile. Intorno silenzio, un lungo tempo sospeso tra il passato e il futuro.
Adesso sei qui seduto davanti a me, da quanto tempo non ti vedevo...
Ti osservo con stupore, quale sorpresa! Mentre fuori qualcuno passa e getta lo sguardo curioso al di là del vetro, è come se ti riconoscessi per la seconda volta.

Imperfetta, certo, ma la tua bellezza più che armonia è carattere.
E mi sembra di essere stata lontana secoli interi, mentre tu vivevi.
Eppure eri proprio vicino a me.

Ritorno così dall'altrove in cui mi sono rifugiata, per parlarti lieve e dolce. Finita la frenesia, riportata al buon senso, mi muovo tra impalpabili sensazioni, ammaliata dal potere immaginifico della Bellezza.